Francesco Ciusa, La madre dell’ucciso, 1906-07 (*)
L’originale, in gesso, fu acquistato nel 1939 dalla Galleria Comunale d’Arte di Cagliari; ne esistono cinque versioni in bronzo, di cui una alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

La madre dell’ucciso è una statua che, una volta vista, è difficile dimenticare. L’immagine della vecchia contadina che, accovacciata a terra, compie il rito nuorese de sa ria (la veglia funebre) è una presenza che s’impone allo sguardo con una forza straordinaria. La suggestione che esercita proviene dal contrasto tra la posa, rigida e bloccata, e il naturalismo della resa: l’osservazione minuziosa dei dettagli, il reticolo di rughe che scava profondamente il viso, la descrizione attenta del panneggio dell’abito. […] la statua viene accolta con qualche esitazione dagli amici nuoresi: Sebastiano Satta e Antonio Ballero gli sconsigliano di mandarla alla Biennale, dove, sostengono, data la preferenza per il nudo che impera nella scultura italiana, non sarebbe capita. Col suo richiamo al mondo popolare sardo, La madre rispecchia in ogni caso un retroterra di idee da loro condiviso. Nella cultura tradizionale isolana, la posa rigida, immobile, della veglia funebre serviva a contenere la sofferenza della perdita, a far sì che questa potesse essere superata attraverso l’esperienza del lutto, di un cordoglio che da dolore insostenibile diventava cerimoniale, rito comunitario.[…]La premiazione, alla Biennale di Venezia del 1907, del suo gesso La madre dell’ucciso viene interpretata dai conterranei come un evento simbolico, che apre una nuova era per la cultura isolana. Alla Sardegna, terra periferica ed arretrata, è stato finalmente riconosciuto diritto di cittadinanza nella più grande manifestazione artistica italiana ed europea. Ciusa diventa quindi il “primo scultore”, come la Deledda era la prima scrittrice, Sebastiano Satta il primo poeta. […] Prima di lui non esistevano che i tagliapietre popolari, vivacemente espressivi ma ingenui, e gli scultori formatisi nelle accademie del “continente” […] Nell’opera di Ciusa sembrano fondersi la cultura dei tagliapietre, il loro spirito comunitario, il loro vivo senso dei valori di una tradizione condivisa, con l’educazione e la tecnica degli scultori accademici.
da Giuliana Altea, Francesco Ciusa 

(*) grazie a Carlos Bignè per il suggerimento.

Francesco Ciusa, La madre dell’ucciso, 1906-07 (*)

L’originale, in gesso, fu acquistato nel 1939 dalla Galleria Comunale d’Arte di Cagliari; ne esistono cinque versioni in bronzo, di cui una alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

La madre dellucciso è una statua che, una volta vista, è difficile dimenticare. Limmagine della vecchia contadina che, accovacciata a terra, compie il rito nuorese de sa ria (la veglia funebre) è una presenza che s’impone allo sguardo con una forza straordinaria. La suggestione che esercita proviene dal contrasto tra la posa, rigida e bloccata, e il naturalismo della resa: losservazione minuziosa dei dettagli, il reticolo di rughe che scava profondamente il viso, la descrizione attenta del panneggio dellabito. […] la statua viene accolta con qualche esitazione dagli amici nuoresi: Sebastiano Satta e Antonio Ballero gli sconsigliano di mandarla alla Biennale, dove, sostengono, data la preferenza per il nudo che impera nella scultura italiana, non sarebbe capita. Col suo richiamo al mondo popolare sardo, La madre rispecchia in ogni caso un retroterra di idee da loro condiviso. Nella cultura tradizionale isolana, la posa rigida, immobile, della veglia funebre serviva a contenere la sofferenza della perdita, a far sì che questa potesse essere superata attraverso lesperienza del lutto, di un cordoglio che da dolore insostenibile diventava cerimoniale, rito comunitario.
[…]
La premiazione, alla Biennale di Venezia del 1907, del suo gesso La madre dell’ucciso viene interpretata dai conterranei come un evento simbolico, che apre una nuova era per la cultura isolana. Alla Sardegna, terra periferica ed arretrata, è stato finalmente riconosciuto diritto di cittadinanza nella più grande manifestazione artistica italiana ed europea. Ciusa diventa quindi il primo scultore, come la Deledda era la prima scrittrice, Sebastiano Satta il primo poeta. […] Prima di lui non esistevano che i tagliapietre popolari, vivacemente espressivi ma ingenui, e gli scultori formatisi nelle accademie del continente” […] Nellopera di Ciusa sembrano fondersi la cultura dei tagliapietre, il loro spirito comunitario, il loro vivo senso dei valori di una tradizione condivisa, con leducazione e la tecnica degli scultori accademici.

da Giuliana Altea, Francesco Ciusa 


(*) grazie a Carlos Bignè per il suggerimento.